il nuovo Codice introduce rigidità che penalizzano le piccole e medie imprese

Le procedure di allerta previste dal nuovo «Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza» (CIII) – approvato in via definitiva lo scorso gennaio e in vigore dal 2020 – rischiano di complicare la vita a tante piccole e medie imprese. A sottolinearlo è Apindustria Brescia chiedendo contestualmente una revisione di alcuni aspetti del nuovo Codice. A tale proposito, nel promuovere una campagna a riguardo, Apindustria ha incontrato il 6 maggio scorso alcuni deputati e senatori parlamentari bresciani (quelli che hanno accolto l’invito sono stati Simona Baronali, Alfredo Bazoli e Alessandro Colucci), illustrando loro i punti ritenuti critici e chiedendo loro di intervenire in merito. «Se il fine del nuovo Codice è condivisibile in linea di principio, nella realtà vi sono alcuni aspetti che potrebbero avere un effetto contrario – spiega Douglas Sivieri, presidente di Apindustria -. Tante realtà aziendali, soprattutto di piccole dimensioni, sono infatti potenzialmente penalizzate dalla rigidità del sistema imposto dalla riforma che, invece di aiutarle, potrebbe sfavorirle, avviandole a procedure liquidatorie. Con oneri, peraltro, a carico delle stesse imprese». Ad apparire critiche nel nuovo Codice sono sia le modalità per l’individuazione delle imprese in presunta crisi, sia la conseguente gestione e individuazione dei debitori a cui debbano applicarsi gli strumenti di allerta. Nello specifico, con l’attuale formulazione scritta nel nuovo Codice, nella sola provincia di Brescia le imprese in forma societaria o collettiva che verrebbero assoggettate agli strumenti di allerta sarebbero oltre 40 mila (di cui circa 20 mila società di persone), più di una su tre comprendendo anche tutte le imprese individuali. «Noi riteniamo necessario ridefinire il target delle imprese assoggettabili agli strumenti di allerta prevedendo l’applicabilità solo ai debitori con autonomia patrimoniale (società di capitali) con un indebitamento (parte del passivo patrimoniale, patrimonio escluso) superiore ai 2 milioni di euro, senza alcuna esclusione delle aziende di maggiori dimensioni», sottolinea Sivieri. In base alla proposta presentata ai parlamentari da Apindustria in provincia di Brescia la platea di imprese assoggettate al nuovo regime di allerta si ridurrebbe a circa 4 mila imprese di capitali. In questo modo si escluderebbero le attività artigianali, commerciali e imprenditoriali di più piccola dimensione, meno rilevanti singolarmente considerate, e si avvierebbe una fase sperimentale su una parte dell’economia comunque rilevante. Apindustria chiede inoltre di rivedere i parametri di individuazione della presunta crisi d’impresa, uscendo dagli automatismi meramente contabili e dalle rigidità attuali: «La stessa Banca d’Italia – ricorda Sivieri – ha denunciato la rigidità del sistema di emersione delle presunte crisi, con il rischio di incorrere in numerosi falsi positivi, imprese cioè sane e con difficoltà transitorie, e falsi negativi, imprese le cui difficoltà non appaiono invece dai dati di bilancio. Sono preoccupazioni che ovviamente condividiamo e sulle quali chiediamo di intervenire». In ultimo Apindustria ritiene debbano essere riviste le soglie per l’obbligo di nomina del revisore. «Le Pmi sono l’ossatura di questo paese ma rischiano di essere penalizzate inutilmente – ricorda Sivieri -. Le nostre proposte di modifica sono assolutamente ragionevoli e ci attendiamo che possano trovare ascolto». In tale senso le dichiarazioni fatte proprio ieri dal viceministro dell’Economia Massimo Garavaglia (il quale ha annunciato l’intenzione del governo di intervenire sull’obbligo di dotare di un collegio dei revisori «le aziende piccole piccole») rappresentano sicuramente un passo nella giusta direzione; necessario però andare oltre ed avere il coraggio di superare la rigidità dell’intero impianto degli strumenti di allerta, al fine, come evidenziato dallo stesso Viceministro Garavaglia, «di non incrementare il numero dei fallimenti», tenuto conto che appaiono più atti ad accompagnare le imprese al fallimento più che ad una gestione preventiva di una possibile crisi.

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