Storie di suini bresciani ai tempi di Covid-19

L’emergenza coronavirus sta mettendo in difficoltà anche la filiera suinicola bresciana, leader in Lombardia con circa 1,4 milioni di capi allevati. Lo conferma Coldiretti Brescia, che ha raccolto sul territorio le testimonianze degli allevatori, chiamati fronteggiare l’aumento dei costi di produzione e il calo dei prezzi loro riconosciuti. Nonostante l’aumento degli acquisti – precisa Coldiretti Brescia – nell’ultimo mese le quotazioni alla stalla sono state spinte al ribasso del 10%, mentre le spese per l’alimentazione degli animali, dal mais alla soia, hanno registrato rincari fino al 26%, gravando ulteriormente sui bilanci delle aziende agricole che rischiano di non vedersi neppure ripagati i costi di produzione. Questo mentre in Italia, secondo i dati Iri, il consumo di affettati cresce del 17%, e le famiglie acquistano sempre di più anche i prodotti confezionati in vaschetta. “La situazione è incerta – commenta Claudio Cestana, vice presidente di Coldiretti Brescia e suinicoltore di Manerbio (BS) – sia per taluni atteggiamenti speculativi sul mercato sia perché i macelli lavorano a ritmi ridotti a causa della mancanza di manodopera, ritardando i carichi. Un altro problema riguarda i prezzi: le scrofaie hanno subito una forte flessione dei suinetti, pari a circa 9 euro a capo, dovuta al calo dei suini grassi. Anche il mercato delle materie prime risulta instabile, con variazioni di prezzo importanti”. Difficoltà che si sommano alle necessarie misure anti-contagio, attuate lungo tutta la filiera: “i nostri collaboratori sono sempre muniti di dispositivi di sicurezza, ovvero guanti e mascherine, che tuttavia sono difficili da reperire – continua Cestana – abbiamo riorganizzato il lavoro in modo che ogni dipendente resti nel proprio settore di riferimento, modificando anche gli orari di ingresso e di uscita per evitare assembramenti. Il lavoro continua a ritmi alti, non è facile ma stiamo dando il meglio”. Gli allevatori bresciani lavorano senza sosta per garantire i rifornimenti di cibo – aggiunge Coldiretti provinciale –  ma questo momento di emergenza richiede il coinvolgimento di tutta la filiera e delle istituzioni per evitare speculazioni e assicurare la tenuta dell’intero comparto, valorizzando il consumo dei prodotti italiani. Ne è convinto anche Valerio Pozzi, direttore generale di Opas e Assocom, cooperative di allevatori suinicoli, proprietarie del marchio Eat Pink: “il momento economico è molto difficile, servono misure coraggiose e straordinarie per favorire la liquidità alle aziende, bloccando per almeno 4 settimane il prezzo dei suini vivi e delle carni, affinché la filiera resti in equilibrio. Importante anche incentivare il consumo di carne fresca suina italiana, nonché dei salumi Dop. Dal canto nostro, cerchiamo di superare la minore capacità di macellazione, dovuta anche al blocco del settore Horeca, ritirando il più possibile i suini in stalla per non bloccare il ciclo in allevamento. Servirà poi rilanciare il settore, valorizzandolo all’interno della Gdo, e rivedere la promozione strategica di tutte le Dop verso l’estero. Altrimenti tutti i sacrifici che stiamo facendo in questo momento risulteranno vani”. L’appello alla “virata” dei consumi verso il suinicolo Made in Italy assume maggiore rilevanza alla luce dei dati sulle importazioni, che viaggiano al ritmo medio di 4,7 milioni di pezzi al mese. Mentre il 93% degli italiani attende il via libera all’obbligo dell’etichettatura d’origine su tutti i salumi, per dire finalmente basta all’inganno di prosciutti e salami fatti con carne straniera spacciati per eccellenza italiana. “Mi auguro che l’intera filiera suinicola trovi un accordo per valorizzare il consumo dei prodotti italiani, che non mancano sulle tavole degli italiani nonostante la difficile situazione economica, sociale e sanitaria, riducendo così l’importazione di carne suina e di cosce dall’estero”, conclude Claudio Cestana.

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